venerdì 7 giugno 2013

Эрнесто


Mattina, sette meno venti.
Nella città più grande di uno strano pezzo di terra a forma di stivale Enrico si sveglia, e subito pensa che la sua giornata sarà lunga e complessa. Come da poco più di un mese a questa parte sono tutte.
Enrico inforca gli occhiali e si guarda allo specchio. La testa rasata di fresco e la faccia pulita da bravo ragazzo le ha da sempre. Controlla poi quella ruga in mezzo alla fronte che ogni giorno gli sembra più pronunciata, un segno inequivocabile di una recente, quanto indesiderata, responsabilità.

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Notte, forse la quinta o sesta rotazione dell'anello esterno.
E' difficile stabilire con esattezza un orario, qui nello spazio è sempre buio. La capsula urta un piccolo asteroide e Эрнесто si sveglia di colpo, sbalzato fuori dal sedile.
Si era addormentato alla guida, ma il pilota automatico ha fatto il suo dovere e la strada è ancora quella giusta. Non fosse stato per quel dannato pezzo di roccia avrebbe potuto svegliarsi direttamente sotto casa sua. Si stropiccia gli occhi, uno alla volta. Uno, due. Tre, quattro e cinque. Sente ancora molto male addosso, dalla coda fino alla punta dei gangli delle antenne. Quasi quasi si pente di essere andato a trovare il fratello. Lui e i suoi amici sono ancora troppo giovani, e la loro vita da universitari non è più adatta a Эрнесто, che da tempo ormai ha un lavoro stabile e ha messo le teste a posto. 
 
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Enrico si fa un caffé con la sua nuova macchina espresso, poi esce e si avvia a piedi verso il Palazzo. Da quando è a capo del suo Paese ha smesso di prendere il caffé al bar di Emilio sotto casa, visto che ogni volta ad aspettarlo c'è la solita seccatura, una calca di microfoni e telecamere in cerca di una qualsiasi parola.
Il quartiere Testaccio non è vicinissimo al centro, ma Enrico non ha voluto trasferirsi nella residenza che solitamente spetta al capo del governo. Sta bene qui, e in fondo non gli dispiace passeggiare sul Lungotevere la mattina presto. Anzi, se pensa a quello che lo aspetta anche oggi, sarà forse l'unico momento sereno della giornata.

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Эрнесто butta giù una pasticca, ma la sbornia non accenna a diminuire. Gli gira tutto e sente come dei colpi martellanti sulle tempie.
Era sempre stata così piccola ed opprimente quella capsula? Non ne ha mai comprata una più grossa, sebbene col suo attuale stipendio ormai potrebbe permettersela. Ma in fondo è affezionato a quel catorcio, gli dispiacerebbe disfarsene.
Glielo aveva detto, il fratello, di restare a dormire da lui. C'era pure quella sua coinquilina, quella studentessa proprio carina, specializzanda in Teorie della Trasmissione Neuroelettrica, che sembrava aver manifestato un qualche interesse. Ma lui, testardo come al solito, si era messo comunque in viaggio. Adesso però il senso di nausea e le vertigini si mischiano al pentimento per non avere accettato, e l'assenza di gravità non aiuta di certo, in questi casi.
Accende lo stereo. Magari con un po' di musica classica riesce a rilassarsi quel tanto che basta per tornare a dormire. La Sinfonica Ophiuchus invade l'abitacolo con le sue splendide armonizzazioni di fiati ed archi, e Эрнесто sorride, sentendosi subito più leggero.

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Enrico arriva a Campo De' Fiori e qualcosa cattura la sua attenzione. Un trio di artisti di strada, chitarra, fisarmonica e contrabbasso, sta suonando qualcosa a ritmo sostenuto, dal sapore vagamente caraibico. Enrico si avvicina e riconosce il brano. E' choro, musica brasiliana, un pezzo di Ernesto Nazareth. Il fisarmonicista, barba incolta e una folta chioma di capelli raccolti in una coda, suona il tema principale, un unico fraseggio quasi senza respiro, con tocco delicato ma deciso e velocissimo.
Enrico resta immobile insieme al piccolo crocchio radunatosi intorno ai tre. I musicisti adesso improvvisano liberamente a turno e quando infine riprende il tema a velocità doppia, e si arriva alla frenetica conclusione, tutti intorno battono sonoramente le mani. Il trio si inchina, il fisarmonicista passa con un cappello tra i presenti e quando una mano gli allunga una banconota da venti, strizza gli occhi e riconosce il premier. I due si guardano per un momento, l'uno sbarbato e incravattato, l'altro trasandato e irsuto. Stavolta è l'uomo in cravatta a sorridere e inchinarsi. Poi si gira e se ne va. Enrico si chiede se dopo questa inaspettata mattinata anche trovarsi a litigare con i suoi rissosi colleghi dell'esecutivo sarà più sopportabile.

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Эрнесто si sveglia di nuovo con un violento sobbalzo. Ancora ubriaco maledice i dannati asteroidi. Guarda verso il quadro e vede una spia rossa lampeggiare, il bip frenetico dell'allarme nascosto dagli archi dell'orchestra a tutto volume. Il pilota automatico è fuori uso, i generatori spenti, e la capsula ruota pericolosamente su se stessa fuori controllo, attratta da un qualche campo gravitazionale.
L'adrenalina lo riporta alla realtà: sta precipitando. L'urto precedente deve aver fatto qualche danno al suo catorcio, e lui era troppo fuori di sé per accorgersene subito. Эрнесто guarda fuori, c'è un grosso pianeta azzurro. Vicino, troppo vicino. Non dovrebbe essere lì, non c'é niente del genere sulla rotta verso casa. Il radar dice “Terra”, e sinceramente era l'ultimo nome che avrebbe voluto leggere.
I terresti, quei trogloditi talmente idioti da convincersi di essere l'unica forma di vita intelligente del cosmo. Ogni tentativo di contatto era finito sempre male: i terrestri non capivano nessuna lingua, e puntualmente i messaggeri inviati venivano catturati e fatti a pezzetti in qualche stanza sotterranea. Come se non bastasse questi selvaggi continuavano da millenni ad ammazzarsi tra di loro, di solito per dominare qualche pezzo di terra in più, senza nemmeno la decenza di andarsi a cercare un nemico al di fuori del loro pianeta.
Da tempo il Consiglio aveva deliberato di ignorarli ed evitare ogni contatto con questo pianeta morente e bellicoso, condannando così la Terra a vivere nell'ignoranza e nell'arretratezza. Tra le altre cose, pensa con orrore Эрнесто, questo significa nessun rallentatore gravitazionale intorno all'atmosfera, come ha ogni altro pianeta evoluto, che possa frenare un asteroide o una cazzo di capsula impazzita entrate in rotta di collisione. Si getta quindi sui comandi e tirando con tutta la forza cerca di riportarla fuori dalla gravità terrestre, mentre l'esterno comincia già a diventare incandescente.

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Enrico è proprio fuori dal Palazzo, quando qualcuno comincia ad urlare qualcosa. Niente di nuovo, per carità. Da quando è nato questo strano governo c'è ogni giorno qualcuno che urla, fuori dal Palazzo. I cittadini non volevano questo, Enrico lo sa. Ma un contorto meccanismo legislativo, unito ad un ancora più contorto sistema elettorale, avevano prodotto questa anomalia.
In due parole, le tre forze principali si erano presi un terzo dei voti a testa e il partito di Enrico, accreditato di una facile vittoria, era invece riuscito nell'impresa, brillantemente sintetizzata dal vecchio segretario, di “non vincere, ma comunque arrivare primo”. Il che significava responsabilità di formare un governo, ma impossibilità di farlo da solo. Le alternative erano due: il nemico di sempre, politico controverso con il quale fino ad un mese prima ci si mandava serenamente affanculo ma disposto stavolta a collaborare per formare un governo, o un nuovo giullare che, invece, mandava serenamente affanculo sia una parte che l'altra e che di governare non aveva nessuna intenzione. La scelta era stata dunque obbligata, ma non era andata giù a nessuno, e le proteste di ogni colore politico sotto al Palazzo erano ormai il pane quotidiano.
Ma il tipo che urla oggi non lo fa contro il Palazzo, né contro Enrico. Urla contro il cielo, puntando il dito su una macchiolina di luce, un puntino minuscolo, che sembra diventare poco a poco più grande. Nel giro di qualche minuto le urla si moltiplicano e le teste della piazza iniziano a guardare tutte quello strano puntino luminoso.

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Эрнесто tira e bestemmia, ma la capsula sembra proprio non volergli dare retta. Ormai, dentro la densa atmosfera terrestre, è una palla di fuoco e lega di tantalio. Il freno di emergenza è inserito ma senza i rallentatori serve a poco. Эрнесто sa che se i generatori non ripartono subito si schianterà su quel pianeta. 
 
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Enrico guarda in alto, come tutti gli altri. Guarda il puntino che adesso è visibilissimo. Inspiegabilmente comincia a sentire, lontanissimi, un insieme di suoni. Sembrano note, ma non ne è tanto sicuro. Sono note strane. Sembrano formare una qualche melodia, ma con salti e dissonanze che non ha mai sentito prima. Enrico si sfrega le orecchie. Lo stress di questi giorni lo sta facendo impazzire.

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Эрнесто prova ancora una volta a far ripartire i generatori, stavolta prendendo a calci la plancia. Non che gliene importi di morire, sa già cosa lo aspetta, dopo. Eviterebbe però volentieri la seccatura della rigenerazione e dell'acquisto di una capsula nuova. Il prezioso impianto a pressione sonora continua a mandare le note della Sinfonica a volume altissimo e Эрнесто pensa a quanto gli costerebbe, coi prezzi attuali, comprarne uno simile. No, deve farcela. Deve evitare lo schianto.

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Enrico adesso la sente. Non era un allucinazione, la musica c'è davvero. Ed è qualcosa di straordinario. Le note si rincorrono, suonate da sconosciuti strumenti che sembrano formare una sorta di orchestra. Quelli che devono essere i fiati scandiscono la melodia, ritmata e a volte discordante, con note fuori posto che inspiegabilmente trovano un senso perfetto nell'insieme. Altri strumenti, simili a degli archi, ma più cristallini, contornano il tutto con accordi lunghi ed assurdi e virtuosismi che nessuna mano potrebbe eseguire a quelle velocità.
Intanto il puntino è diventato un sasso, e sembra proprio un asteroide che sta cadendo. La gente intorno comincia ad avere paura, corre via. La piazza si svuota. Ma Enrico non se ne accorge. Ha in mente solo quella musica.

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Эрнесто vede il pianeta talmente vicino che adesso distingue benissimo una città. E' abbastanza grande, con un anello, forse una via di trasporto, e un fiume che la taglia a metà. Cerca ancora di tenere su la capsula, e intanto pensa che se almeno riuscisse a cadere nell'acqua sarebbe più facile venire a prendere i suoi resti, una volta che la sua posizione di impatto sarà stata trasmessa al Centro di Controllo. Ma a giudicare da quello che vede sembra proprio che finirà in mezzo a quella città.

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Enrico, che ascolta con gli occhi chiusi, sente il volume della musica sempre più alto. Adesso è sicuro di non aver mai sentito nulla del genere prima. Riapre gli occhi solo per capire che quella musica viene dal puntino luminoso ora grande come un pallone da calcio, ricoperto di fuoco. Si sta avvicinando velocemente, proprio contro di lui.
Ha il tempo di pensare: “Merda”.
Poi più niente.

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Questo è tutto quello che ricordo.
Eravamo in giro, a qualche isolato dal Palazzo, io e mia moglie. Eravamo lì quando è cominciata quella strana musica. Prima lontana, come un soffio, un qualcosa di indefinito. Poi sempre più vicina e sempre più avvolgente.
Un po' spaventati, un po' incuriositi abbiamo girato di corsa l'isolato, mentre il volume di quella sinfonia diventava quasi insopportabile. Quasi rapiti dovevamo sapere cosa fosse.
Arrivati in piazza abbiamo fatto solo in tempo a vedere il premier in piedi con lo sguardo fisso in alto, anche lui incantato da quelle note. Subito dopo una palla di fuoco, poco più grande di un'automobile, è caduta sopra di lui ed è esplosa. La terra ha tremato per qualche istante e il colpo ci ha fatto cadere, storditi.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.


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Questo racconto è nato da un idea di Alberto Biraghi. Sul blog di Mauro Vanetti il link al contest.

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Accompagnare con: 
Negroni sbagliato: Bitter Campari, Martini Rosso, Prosecco.




 

giovedì 6 giugno 2013

San Rocco



San Rocco è un personalissimo delirio tra J.K.Jerome e Paolo Villaggio, scritto in una notte insonne di Maggio 2007. Lo riporto, perché quel paese è pur sempre casa mia.



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Una delle occasioni più mondane e attese durante la festa del paese è la tradizionale processione dei santi. Un'intera comunità di peccatori gareggia per avere l'onore di trasportare enormi statue di tre metri sulle spalle, nella speranza, se non di un’'assoluzione, almeno di una piccola indulgenza. Ho sempre provato a sottrarmi a questa follia ma stavolta ne sono rimasto, ahimé, invischiato.

Premessa inevitabile della sfilata è la celebrazione della santa messa.

Un vecchio detto sostiene che in media un italiano vada in chiesa tre volte nella sua vita: quando nasce, quando si sposa e quando lo seppelliscono. Per i paesi dell’entroterra abruzzese questo è vero solo in parte. Non presentarsi in chiesa durante le feste natalizie o quelle patronali significa essere in debito con l'intera comunità. A quel punto le vecchie signore del paese inizierebbero a chiedersi perché quella persona mancava, poi a guardare in cagnesco i familiari e, infine, a farsi il segno della croce quando incontrano per strada il malcapitato, come fosse il demonio in persona. Il prete potrebbe quindi presentarsi nella casa abbandonata da Dio, e chiedere insistentemente di battezzare di nuovo l'infedele.

Onde evitare tutto ciò la piccola chiesa del paese oggi è stracolma, una grande folla unita nell'omelia e nel sudore.

Ovviamente molti qui non hanno la minima idea di quello che di solito si fa in una chiesa, quindi si dedicano alle attività più disparate. Bambini a lato della navata si scambiano le figurine. Un paio più grandicelli sono impegnati ad alzare la gonna alla ragazzina di fronte, che tanto non può lamentarsi ad alta voce se non vuole un ceffone. Alcuni imbucati approfittano della confusione per borseggiare le vecchie signore, troppo impegnate a controllare se il pantalone di quella al secondo banco è ben abbinato con il maglione. Dal coro qualcuno si diletta a lanciare gavettoni di acqua benedetta sulla folla, provocando sommesse maledizioni di sotto e risate soffocate di sopra. Il tutto mentre il parroco cerca di mantenere l'ordine richiamando quà e là le sue pecorelle.

Arrivati all'offertorio il debito di ossigeno nella chiesa stracolma si fa sentire. Una donna sviene in mezzo alla folla ma resta in piedi sorretto dagli ignari corpi vicini. La ragazzina si china per ritirarsi su la gonna, che nel frattempo le è stata quasi strappata via, e si merita finalmente il ceffone perché in quel momento della funzione bisognava stare in piedi. Dal coro, svuotata l'acquasantiera, cominciano a tirare giù i leggii, mentre si distingue inconfondibile il rumore di qualcuno che tenta di smontare le canne dell'organo. Rendendo grazie a Dio per aver fatto terminare tale baraonda il prete finalmente ci spinge in piazza.

I bambini vengono organizzati in file e dotati di fiaccoloni degni di una caccia all'orco, gli altri cominciano la trattativa per portare a spalla i santi. La folla si divide in fazioni, distinte da fascie di colore diverso, che offrono una quota per portare questa o quell'altra statua, in base alla devozione o al rango del santo in questione.

Quello che tutti ogni anno evitano è San Rocco.

Non perché in paese non vi siano affezionati ma perché è l'unica statua in gesso tra tante leggere e vuote di legno. Inoltre il modesto scultore ha realizzato un lavoro completamente sbilanciato verso destra fornendo al sant'uomo, oltre ad una espressione più di stupore che di benevolenza, la postura di chi sta per accasciarsi su un fianco. Il cane, invece, è riuscito benino. Poco sveglio forse, visto che non sembra rendersi minimamente conto che il suo padrone sta per cadergli addosso.

Il parroco si avvicina e ci comunica che quest'anno l'onore di trasportare San Rocco tocca a noi, poi velocemente corre ad impedire a due bimbi di dare fuoco all'orto della canonica con le torce. La nostra formazione vede sul lato sinistro i fratelli La Torre, due omaccioni di un metro e novanta patologicamente privi di tatto; sul lato destro io e Pino, vispo e aitante settantenne che, a seguito di un incidente accorso vent'anni fa, si ritrova una gamba più corta dell'altra e cammina solo appoggiandosi pesantemente ad un grosso bastone biblico e accompagnando ogni passo da violenti colpi di tosse. Dopo aver inutilmente obiettato sulla bontà di tale disposizione mi metto mestamente al mio posto, certo dell’indulgenza derivante da tale martirio.

Arruolati cinque pastori abruzzesi per mantenere i bimbi in fila, siamo finalmente pronti a partire.

Sant'Antonio, la Vergine, il Cristo e San Satiro prontamente si alzano in tutta la loro beata magnificenza, pronti a farsi scarrozzare per le viuzze del paese.

San Rocco subito si rivela un osso duro da trattare.

Al primo tentativo i La Torre si alzano con uno scatto degno di due centometristi e ribaltano la statua su me e Pino, prontamente sorretti e soccorsi dalle signore della Caritas.

Al secondo tentativo Pino, notoriamente miope, si mette di spalle alla strada e comincia a camminare nel verso opposto. Il risultato è che San Rocco inizia a piroettare come un provetto ballerino di valzer. Dopo l'intervento di due chierichetti, un vigile urbano e un geometra riusciamo a posizionarci tutti nel verso giusto e partiamo al trotto per raggiungere il resto della sfilata, che intanto ci osserva da parecchio più avanti con aria scocciata.

San Rocco si riprende dal giramento di testa e la sua espressione è ora di malcelata preoccupazione.

Durante il tragitto le vecchiette del paese intonano i canti sacri. In ogni paese c'è sempre una signora, quella con la voce più stridula e fastidiosa, che comincia a cantare per prima e, come un navigato direttore d'orchestra, suggerisce alle altre la tonalità e i tempi del canto. Da noi ce ne sono due. Ognuna con la sua schiera di fedelissime seguaci e meno assidue simpatizzanti, pronte a seguire questo o quel tono e questo o quel tempo. La risultante è una sinfonia meravigliosamente cacofonica. Unico vantaggio, dettato dalla violenta competizione delle due maestre che a tutti i costi devono far sentire la propria ugola prima di quella dell'avversaria, ogni strofa inizia sempre un po' prima che la precedente finisca, in un tripudio di controtempi e anticipi. Anni e anni di tale pratica hanno ridotto persino i canti più lunghi e cadenzati a un concentrato riassuntivo di due strofe a ritmo allegro-andante in sette ottavi.

Accompagnato da tanta melodica poesia e dall’incerta andatura di Pino, San Rocco barcolla per le strette strade del paesino come un vecchio marinaio ubriaco.

Ogni processione che si rispetti deve affrontare almeno una rampa di scale, una rotatoria, un punto in cui le statue non passano e bisogna abbassarle e una sosta ad una fontanella per far abbeverare i cani e i chierichetti. Quest'anno il parroco ha voluto esagerare, aggiungendo una scarpinata fino alla cima della montagnola a sud del paese, un passaggio su un traballante ponte di legno, un guado e gli ultimi 200 metri organizzati come una corsa olimpionica a ostacoli. Quando lo comunichiamo a san Rocco vediamo una goccia di sudore gelido rigargli il volto.

Poco dopo due bambini hanno cominciato a giocare ai moschettieri con le torce accese e tre dei cinque pastori abruzzesi sono già dispersi. Quando il fogliame degli alberi non potati comincia a finire in faccia a san Rocco, lui non ce la fa più a nascondere il nervosismo, e comincia a brontolare sottovoce.

A metà tragitto il bastone di Pino si incastra in un tombino, e, nello sbilanciamento conseguente, san Rocco sbatte violentemente la testa contro un platano. Furioso, si attacca ai rami dell'albero e cerchiamo per mezz'ora di farlo tornare sul basamento e riprendere il cammino. Più in là un gruppo di volontari spegne il principio di incendio in un fienile, e una donna cerca le sue figlie che pare si siano perse cercando i pastori abruzzesi. Il prete convince san Rocco a continuare promettendogli un mantello nuovo e lui, sempre più scocciato, torna al suo posto e comincia a percuotere il cane col bastone.

Al fiume il maggiore dei La Torre ricorda improvvisamente un trauma infantile e si rifiuta di mettere i piedi nell'acqua. Il parroco prova a parlargli, a convincerlo, a minacciarlo ma deve arrendersi e se ne va piangendo. Intanto una bambina si tuffa in acqua con i capelli in fiamme e la lista dei dispersi comprende anche il sagrestano, l'oste e metà della squadra di calcio del paese. Le vecchiette liquidano in due minuti l'intera ora e mezza del Gloria per pianoforte e coro. Alla fine San Rocco, in un misto di pietà e rassegnazione, cede il basamento a La Torre e scende al suo posto per trasportarlo.

Passato il guado il fratello maggiore presenta i chiari segni della lotta con il cane, poco abituato a stare lontano dal Santo. San Rocco, bagnato fino alla vita e furioso, risale imprecando in una strana lingua morta e inizia a strappare e a mangiare le pagine del breviario ormai illeggibili per l'acqua. Cerco di calmarlo dicendo che siamo quasi arrivati, ma credo di averlo sentito chiaramente aizzare il cane per farci attaccare, quando tutto sarà finito.

Dopo sei ore, una stalla e tre campi di grano bruciati, trentasette dispersi, quindici feriti e centoventidue punti di sutura complessivi, torniamo sfiniti alla chiesa per completare la funzione. Delle due direttrici di orchestra una ha perso completamente la voce e, di conseguenza, ogni sua seguace. I bambini hanno tutti bruciature in svariate parti del corpo. L'unico pastore abruzzese rimasto arranca verso la porta della chiesa, la raggiunge e si lascia morire. Il prete continua ad asciugarsi il viso con i paramenti, mentre sbatte convulsamente l’occhio destro. Pino ha perso del tutto la sua gamba più corta, che durante il tragitto è stata amputata e soppiantata da una di legno presa in prestito da uno spaventapasseri.

San Rocco sembra un reduce di guerra. Sporco dalla testa ai piedi, il tabarro lacerato in più punti e rattoppato con la cinghia della borraccia, visibilmente invecchiato. Senza più imprecare se ne sta, tutto rosso in faccia, con le mani serrate intorno al collo del cane.

Lasciati i santi fuori la chiesa la martoriata e dimezzata comunità rientra a prendere la benedizione del parroco.

Quando torniamo fuori San Rocco è sparito. Troviamo il cane accucciato con l'espressione del cucciolo appena abbandonato e un biglietto infilato nel collare. E' di San Rocco. Dice che è partito per una vacanza e che prima o poi si farà sentire lui. Speriamo prima della prossima processione.





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Controguerrra bianco frizzante D.O.C.







sabato 1 giugno 2013

Aperitivo

A che serve questo posto?
A nulla, salvo raccogliere pensieri che altrimenti scorderei poco dopo.
Gran parte di essi forse non meritavano di essere scritti. Qualcosa è stato scritto tempo fa, e già ora fatico a riconoscerne la paternità. Altro è frutto di noie notturne, quando premere due tasti sembra solo un modo per trovare il sonno.

Come sotto una sbornia, scrivo quando e se mi va, se ho qualcosa da dire o solo per vedere l'effetto che fa, senza badare alle conseguenze. Pezzi e stracci che forse vale la pena conservare.

E allora, i miei, li conservo qui.
Così da poterli ritrovare ogni tanto, e salutarli da vecchi sconosciuti quali saranno.

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Questa introduzione attende di essere pubblicata da qualche mese, se non qualche anno.
L'occasione è stato il racconto Эрнесто, scritto quasi per caso, che mi ha convinto a mettere un po' di ordine tra le fesserie che ho lasciato in giro.

C.




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